domenica 15 aprile 2018

Un bidone in una fredda notte d'inverno

"Toni fa freg!" (Antonio fa freddo!)

Urla Giacu al suo amico.
Siamo in una sera d'inverno del 1956, i due amici si ritrovano in un ciabot, così si chiama volgarmente in piemontese una piccola costruzione agricola, adiacente allo scau (seccatoio) sulle alture di Monastero Vasco.
Sono intenti a dividere le castagne sane da quelle guaste aiutati solo dai loro occhietti vispi e dalla calda fiamma di due candele.

Le castagne sono state raccolte da ottobre fino all'inizio di novembre poi ammucchiate nel seccatoio dove per molti giorni si è tenuto acceso un fuoco tenero che le ha fatte asciugare lentamente. Il fuoco si è ricavato dal legno di castagno raccolto la primavera passata, quando sono stati potati e rimossi i rami rotti dalla neve l'inverno precedente. Per non far spegnere il fuoco da un giorno all'altro, durante la notte, è stata messa sulla brace un po' di "pula", la pelle delle castagne lavorate l'anno prima. Come dice il detto il fuoco cova sotto la cenere...
Il bosco di castagno è un po' come il maiale, non si butta via niente e tutto viene riutilizzato.

Ora è il momento di rimuovere la buccia delle castagne secche e di selezionarle, togliendo quelle colpite da muffa, vermi o altri parassiti. 
Verranno poi vendute in primavera, in sacchi da 50 Kg, o in collane ricavate bucando le castagne e infilandole in un cordino. Quando la neve andrà via arriveranno commercianti che le acquisteranno, alcune finiranno a Milano altre in Liguria. Arriveranno sulle tavole più pregiate, usate per dolci squisiti e ricchi di sapore. Le castagne di seconda scelta invece saranno trasformate in farina, anch'essa venduta o consumata in casa. Quelle guaste ed irrecuperabili verranno date in pasto al maiale che, di li a poco, produrrà carni dal sapore eccezionale. 

A Giacu è capitato poche volte di assaggiare un dolce fatto con le sue castagne, a dir la verità a lui non piacciono molto. E' abituato, quasi costretto, a mangiarle per gran parte dell'inverno. Purtroppo il più delle volte le deve mangiare trasformate in farina o bollite, quando è fortunato le può mettere nel latte.
Non disdegna i "mundaj", le caldarroste, ma quelle si possono fare solo con le castagne fresche. Purtroppo deve ancora passare qualche anno affinché venga allacciata la corrente elettrica nelle case di queste borgate a metà strada tra la montagna e la pianura. Solo allora arriveranno tutti i benefici del boom economico tra cui il frigorifero in cui poter conservare qualche castagna più a lungo.
La famiglia di Giacomo è povera di denari, ma possiede un piccolo appezzamento coltivato con castagni secolari che danno da mangiare e garantiscono un piccolo guadagno. 

Anche se non ama le castagne il suo sogno sarebbe poter assaggiare un marron glacé di pasticceria. Sembra impossibile come i francesi siano riusciti a trasformare una cosa tanto comune come una castagna in un dolce così pregiato. Paiono piccole opere d'arte, quel colorito di un caldo marrone che ricorda l'autunno dei suoi boschi e quella glassa luccicante che fa venire l'acquolina in bocca solo a guardarli. Al sabato mattina, quando va a vendere qualche frutto dell'orto al mercato di Mondovì, li ammira in vetrina sotto i portici della clinica. Purtroppo un solo frutto candito costa quasi come il suo guadagno della giornata. Questo lo demoralizza un po', ma sa che, prima o poi, potrà togliersi quello sfizio.

Giacu è un ragazzo testardo ed anche il fatto che stia pulendo le castagne mentre il fuoco si sta spegnendo lo dimostra.
Le punte delle dita stanno diventando fredde e d'un tratto, lo scrollone dell'amico lo risveglia dal suo viaggiare con la mente durante il lavoro ripetitivo.
"Campa 'n toc ed bosch en tel butal, fa freg!!!" (Butta un pezzo di legno nella botte, fa freddo!!!)

Così si sveglia dal suo pensare, si alza quasi rammaricato di non poter continuare il viaggio nella vetrina della pasticceria  piena di sognati marron glacè, e mette un pezzo di legno nella botte di ferro trasformata in stufa.

E si, nella piccola costruzione, per scaldare le sere d'inverno i due amici accendono un piccolo fuoco all'interno di una botte.

Questo bidone però è particolare, Giacu non lo sa e se l'è trovata trasformata in stufa da suo padre, non fa neanche caso al fatto che questa botte abbia dei rinforzi laterali come due grossi cerchioni e una scritta su entrambe le basi. Lui ha poco più di 11 anni e l'ha sempre vista li, è parte integrante dell'arredamento del ciabot.

Quella sera però la scritta che legge sul coperchio lo colpisce, s'intravede la scritta TARA KG seguita da un numero ormai illeggibile a caratteri marziali, molto simili a quelli che ha visto sui giornali che ogni tanto usa per accendere il fuoco. Sono giornali con figure austere che risalgono ad un periodo di cui i suoi genitori e gli anziani del paese preferiscono non parlare.
La parola tara però stasera gli ricorda qualcosa, così si mette a pensare mentre la buccia secca di qualche castagna scricchiola tra le sue mani. Passa qualche momento, ma non gli viene proprio in mente la soluzione così decide di chiedere all'amico.
In un batter d'occhio Toni gli ricorda la lezione della maestra sentita la settimana scorsa. E si l'avevano proprio studiata da poco, ma a lui le formule e la matematica non entrano proprio in testa, è un piccolo contadino con una spiccata vena per la cucina e le cose buone.

E' quasi mezzanotte ed ad un tratto la porta della piccola costruzione si spalanca, un vento gelido entra nella stanzetta assieme a pagliuzze di neve e qualche scintilla esce dal buco sul fianco del bidone. Un omone grande e grosso si presenta sull'uscio e ammonisce i due ragazzi chiedendo loro se non erano stati fuori casa per un po' troppo tempo. E' il padre di Giacu che, preoccupato per l'ora tarda, è andato a vedere se nel ciabot era tutto tranquillo. I due si giustificano dicendo che non avevano fatto caso al tempo che passava e che volevano finire il lavoro per poter guadagnare qualche soldino in più. 
Alla fine anche Toni, a forza di sentire parlare di marron glacè vorrebbe comprarsene uno quando andrà al mercato sabato prossimo.

Finiscono di sistemare le ultime manciate di castagne della serata e, mentre aspettano che il fuoco si spenga, Giacu chiede a suo padre come mai sul bidone fosse presente la strana scritta tara che fino ad allora aveva visto solo sul sussidiario a scuola. 

Il padre fa un sorriso pensando a quanto fosse bella l'ingenuità dei ragazzi e mettendogli una mano sulla testa gli racconta come quel bidone, in un certo senso, sia legato alla stessa esistenza di Giacu.

Proprio così, nel 1944 la mamma era incinta di poche settimane ed il padre era nascosto sulle colline di Monastero nei dintorni della cascina. La situazione politica dell'Italia non era proprio tranquilla ed il padre di Giacu aveva deciso di lasciare la vita militare dopo l'8 settembre, in realtà non aveva neppure capito cosa stava succedendo. I suoi amici gli raccontavano di brutti fatti avvenuti in Russia con gli alleati tedeschi e di rappresaglie avvenute poco lontane contro la popolazione inerme. In un primo momento aveva pensato di unirsi alla resistenza sui monti, poi, quando seppe dello stato interessante della moglie, non se la sentì e si nascose nei dintorni della casa. A tutti gli effetti era un disertore e anche solo farsi vedere in giro poteva significare la morte per lui e la sua compagna.

Intorno alla piccola cascina non si vedeva quasi mai nessuno così, certe sere, si prendeva addirittura la libertà di andare a dormire a casa. Aveva escogitato un metodo di comunicazione con la moglie; se al pomeriggio veniva steso un panno sulla finestra in fronte alla casa significava che la situazione era tranquilla e che poteva avvicinarsi.
Una sera però, proprio verso mezzanotte, si sentì il rombo di un grosso motore. Aveva perfettamente imparato a riconoscerlo durante il suoi due anni nell'esercito e, anche se non lo vedeva, sapeva benissimo che era un camion tedesco.
Un mezzo tedesco in piena notte che si avvicina ad una cascina spersa nel nulla non poteva essere altro che un rastrellamento. Probabilmente qualcuno aveva fatto la spia o chissà come avevano saputo che a Monastero Vasco erano nascosti sulle colline nei vari seccatoi dei maschi abili al servizio militare. Nella sua testa gli pareva già di sentire le urla dei militari tedeschi e il latrare dei cani, la vita gli passò davanti, ma il pensiero più grande fu che non avrebbe visto nascere suo figlio. Non sapeva che sarebbe stato un maschio, ma in cuor suo se lo sentiva.
Di colpo scese dal letto, il camion era quasi dalla cascina, si mise due vestiti a casaccio e si buttò dalla finestra. Il cane da caccia legato alla catena davanti casa ringhiava e abbaiava come un matto, distrasse gli autisti del mezzo che non videro il fuggitivo. Ebbe il tempo di andare a nascondersi nell'incavo di un grosso castagno e si buttò alcuni rami addosso.
Il camion si fermò proprio davanti alla casa e spense il motore. Non scesero militari e non si sentiva nessun guaito di cani in lontananza ne si vedevano fari di altri mezzi militari. Era un po' strano per essere un rastrellamento. Scesero due ragazzotti che non avevano per nulla l'aria dei militari tedeschi. Il padre di Giacu si fece coraggio e si sporse oltre il bordo del castagno per vedere cosa succedeva. I due ragazzi si avviarono, quasi intimoriti, verso la casa e bussarono alla porta, pensò a quanto doveva essere terrorizzata sua moglie rimasta sola col bimbo in grembo. A quel punto non ci pensò su due volte e saltò fuori dal covo urlando e chiedendo cosa volevano. 
I due si voltarono e, puntando un mitragliatore d'origine inglese in direzione della voce, dissero di essere italiani e partigiani. Forse erano più spaventati loro che il padre di Giacu.
A quel punto le armi si abbassarono, il clima si distese ed i due spiegarono di aver appena rubato il camion carico di fusti di benzina da 200 litri durante un raid al campo di aviazione di Mondovì.
Dovevano dirigersi verso la val Corsaglia dove si sarebbero uniti con alcuni uomini delle bande della Val Casotto a cui avrebbero dovuto consegnare il carico. Probabilmente avevano sbagliato strada ed avevano bisogno d'aiuto per ritrovare la via.
Il padre di Giacu spiego velocemente la strada per la valle e disse loro di fare in fretta ad avviarsi perchè sicuramente qualcuno li aveva visti salire fin lassù e di li a poco la voce si sarebbe sparsa.
I due risalirono sul mezzo e partirono a tutta velocità, quando si avviarono per la discesa un fusto non ben ancorato cadde e rotolò nel dirupo sotto il tornante a causa di uno scrollone.
Il padre di Giacu lo vide e provò subito ad andare a rimuoverlo ma era troppo pesante, 200 litri di benzina più la tara son quasi 240 kg e muoverli in un dirupo non è cosa semplice. 
Fortunatamente il bidone era abbastanza nascosto alla vista, così decise di lasciarlo li e nasconderlo con delle frasche.
Il mattino dopo, come aveva previsto, una camionetta di tedeschi con alcune camice nere si presentarono in paese ad indagare sull'accaduto. Qualcuno disse subito che il camion era andato verso la Valle Corsaglia, ma prima aveva fatto una tappa dalla cascina di Giacu. La voce si sparse veloce per il paese, i fascisti minacciarono di bombardare l'abitato e dare alle fiamme la cascina. Solo l'intervento del prete calmò le acque garantendo con la sua vita che il camion si era fermato non di più di un minuto e che quindi non poteva essere altro che un errore di rotta. I tedeschi fecero una visita alla cascina, entrarono, presero le galline e le uova, spararono al cane ma, non trovando tracce di attività partigiane e solo una donna incinta, risparmiarono la casa dalle fiamme. 
In tutto questo il padre di Giacu era nascosto al sicuro e sapeva benissimo che non poteva farsi vedere anche se fosse accaduto l'irreparabile, la cosa sarebbe stata completamente inutile ed avrebbe solo peggiorato le cose.
I tedeschi dopo poco più di un'ora se ne andarono e non notarono il bidone nella scarpata.

Finalmente arrivò il 1945 e l'Italia venne liberata dalle tirannie, si respirava aria di ripresa e di nuova spensieratezza. Giacu era nato e suo padre con i 200 litri di benzina si era guadagnato qualche soldo rivendendola al mercato nero. Una volta vuoto, il bidone era stato rimosso dalla scarpata e, siccome era molto robusto essendo nato per uso militare, venne trasformato in una stufa. Il padre di Giacu gli praticò un foro per la canna fumaria in alto e un taglio quadrato sul fronte che funzionava da tiraggio.

Il bidone lavorò per molti anni, assieme a Giacu, Toni e i loro genitori che, a volte, si ritrovavano nel ciabot per piccole feste in compagnia. Poi Giacu e Toni crebbero, il primo divenne un ottimo pasticcere che produce ancora oggi ottimi marron glacè che gli ricordano la sua infanzia. Forse è proprio quello il segreto della bontà dei suoi pasticcini, ci mette l'amore per la sua terra. 
Toni continuò la vita da agricoltore e ancora oggi gestisce i boschi di Giacu e rifornisce l'amico di ottimi prodotti della terra. Ogni tanto va a vedere il vecchio seccatoio che ormai è diroccato da anni, il ciabot invece è stato sostituito da un container in lamiera bianca che serve da ricovero attrezzi.

Il bidone con le scritte TARA KG, ormai diventato inutile, è ancora là, all'ombra di un castagno secolare quasi secco e ricoperto dai rovi.

Ogni tanto Giacu e Toni passano di là e raccontano la storia del bidone ai loro bisnipotini.


bidone benzina fusto 200 litri seconda guerra mondiale tara kg Re regio esercito

bidone benzina fusto 200 litri seconda guerra mondiale tara kg Re regio esercito

Qui potete vederne uno uguale in una foto scattata al campo di aviazione di mondovì nel 1940


Aeroporto mondovì 1940 hangar bidone benzina fusto regio esercito

Come sempre vi ringrazio per aver avuto voglia di leggere fino qui, è una storia inventata una sera di inverno dopo aver trovato il bidone in una passeggiata pomeridiana sulle alture di Monastero Vasco. La storia è inventata ma racconta cose realmente accadute da queste parti.
Se vi è piaciuta e vi ha tenuto compagnia fate un clic sulle pubblicità a lato o sotto.






martedì 27 marzo 2018

Mondosegreto - Contest selfie-storico a Mondovì

L'Unione Monregalese, giornale di Mondovì, i gruppi Facebook "Mondovì cose da fare" e "Sei di Mondovì se" hanno organizzato un concorso storico fotografico in occasione del compleanno della nostra città.
Il 23 Marzo 2018 infatti cade esattamente 1000 anni dopo la prima traccia scritta della parola Mondovì.
Il contest si è svolto come una gara di selfie che i partecipanti dovevano andare a scattare in luoghi legati ad un fatto storico della città.
La gara è durata 12 giorni, ogni mattina sui due gruppi Facebook venivano pubblicati un rebus e una domanda storica che, una volta risolti, portavano a capire dove ci si doveva recare.
I dodici quiz hanno permesso di riscoprire avvenimenti del nostro passato che hanno fatto grande Mondovì. 
Non dimentichiamo che Mondovì nel 1600 contava circa 25000 abitanti mentre Torino era ferma a 6000.
I punteggi venivano assegnati nel seguente modo, 1 punto per il rebus, 1 per il quiz e 3 per il selfie nel luogo corretto.

Queste le dodici domande con un breve cenno storico agli eventi a cui fan riferimento.



Il primo rebus portava alla soluzione "Casa dei cubotti". Per un monregalese i cubotti sono famosi perché venuti alla cronaca dopo il restyling di Mondovì Piazza qualche anno fa. Per risistemare Piazza Maggiore, attorno alla quale si sviluppò il primo insediamento monregalese, venne rifatta la pavimentazione e vennero usati dei cubi di pietra per delimitare la carreggiata. Il problema fu che erano troppo bassi e guidando, si correva il rischio di sbatterci contro senza vederli. Nacque tutta una polemica in paese che portò alla decisione di rialzarli. La domanda fa riferimento ai Terzieri che erano gli antichi tre insediamenti che diedero origine a Mondovì.






La seconda domanda portava come risposta alla prima campana che venne issata sulla torre civica di Mondovì. Vi avevo parlato del belvedere nella storia Un'antica impronta al Belvedere.
Il rebus invece indicava il "Parco del tempo" che attualmente è la zona intorno alla Torre Civica in cui sono installate alcune meridiane di varie forme.




Il terzo rebus era abbastanza facile e aveva come soluzione "Palazzo di città", proprio all'ultimo piano di questo edificio risiede l'Archivio Storico di Mondovì. Ho avuto la fortuna di visitarlo l'anno scorso e ho potuto ammirare lo statuto citato nella domanda che ebbe questa "vita spericolata" prima di tornare a Mondovì.
Consiglio a tutti una visita perché all'interno dell'archivio è presente anche uno dei primi catasti della città e alcuni pezzi di pregio di origine medievale.




Il rebus del 4 giorno è stato carino e portava alla soluzione "Ore di greco", ragionando sulla domanda non si poteva far altro che pensare ai Licei.
Proprio l'anno scorso, mentre si svolgevano i lavori per dotare il liceo scientifico di un ascensore, si scavò nel vecchio chiostro e vennero ritrovate le fondamenta della chiesa del vecchio Monastero di Nostra Donna.




Il quinto giorno è quello che ha fatto un po' la differenza tra i partecipanti.
La risposta del rebus era banale, è un Savoiardo e la soluzione al quiz di conseguenza faceva pensare al Duca Emanuele Filiberto.
Nello specifico avevo letto da poco come venivamo descritti, ma non ricordavo esattamente in quale contesto. Feci qualche veloce ricerca in internet e ritrovai il libro in questione che era coevo all'epoca in cui visse Emanuele Filiberto. Infatti un suo ambasciatore in terra monregalese ci descriveva inclini all'uso delle armi perché costantemente in lotta coi Fossanesi, pronti a menar le mani, insolenti, fastidiosi e indisciplinati.

Ecco il link andate a pagina 130, Relazione degli Ambasciatori.

In quel periodo Mondovì era un po' tumultuosa e il Duca doveva capire come calmare le acque. Cercò di farlo con la forza e per darne evidenza fece costruire la cittadella che ancora oggi sorge sulla sommità più alta della città. 
Credo molti abbiano cercato di andare a fare il selfie davanti una statua di un Savoia, ma in Mondovì non ce ne sono e non ce ne sono mai state proprio perché la città da sempre ha cercato di autogovernarsi e di essere libera.




Il rebus del sesto giorno era carino e come per tutti gli altri ho dovuto ringraziare la suocera che me l'ha risolto.
La soluzione era "Torchi sporchi d'inchiostro".
Anche la domanda era abbastanza facile infatti Mondovì è famosa per essere uno dei luoghi italiani dove s'iniziò a stampare libri con la tecnica dei caratteri mobili di Gutenberg. Fu sede anche di una delle più antiche università italiane, ma con la risposta del rebus non si poteva sbagliare.
Il selfie l'ho fatto davanti alla sede del Museo Civico della Stampa che raccoglie e tiene in funzione delle vecchie macchine tipografiche. Qui trovate il collegamento alla pagina web del comune.




La soluzione del rebus è "Oro bianco".
La domanda in un certo senso è collegata alla alla domanda del 5° giorno infatti a metà del 1600 nel monregalese si svolsero le famose guerre del sale. 
Gli abitanti di Mondovì vantavano antichi diritti sul commercio di sale con la liguria sul quale non erano tenuti a pagare le tasse ai Savoia. Alla casa regnate questa cosa non andava più bene e cercò di obbligare i monregalesi che si ribellarono ed iniziarono cruenti scontri.
Le guerre vennero sedate nel sangue e molti abitanti vennero addirittura estirpati dalle loro terre e messi a lavorare nelle terre insalubri di Novara e Vercelli.





"D'origine umbra" è la soluzione al rebus che porta alla chiesa di santa Chiara. Non ci sono mai entrato ma sicuramente meriterebbe una visita. Purtroppo da anni è chiusa e usata come un magazzino.
Anche qui vi rimando alla pagina del comune.




Ci stiamo avvicinando alla fine e anche oggi sono arrivato alla soluzione risolvendo il rebus (il merito va alla suocera).
Purtroppo non sapevo delle due stanze con arredamento cinese presenti a Mondovì.
Il rebus risolto è "Per andare alla torre" e quindi credo le stanze siano nel Vescovado che si trova poco sotto i giardini della Torre civica.
La diocesi di Mondovì fu eretta da papa Urbano VI con la bolla Salvator Noster data a Perugia l'8 giugno 1388, a seguito di una petizione presentata al Papa dalla Città a dal marchese Teodoro II del Monferrato. Ciò avvenne durante lo Scisma d'occidente, e la promozione di Mondovì a sede vescovile potrebbe essere stata concessa, anche per la fedeltà di Mondovì al legittimo papa di Roma, mentre la diocesi madre di Asti era passata all'obbedienza dell'antipapa francese. Tuttavia il vescovo di Asti conservò per alcuni secoli il diritto di elezione del vescovo di Mondovì.
Nel vescovado è presente la sala delle lauree in cui ancora oggi vengono nominati dottori i laureati della sede dicentrata del Politecnico di Torino.




Il decimo giorno mi ha messo in crisi, sapevo che Mondovì fosse una delle città in cui si sviluppò la cultura della ceramica. Le mie conoscenze però erano e sono molto generiche.
La soluzione del rebus è "Vecchio palazzetto" il che mi ha fatto pensare alla risposta Borgato.
Quando frequentavo l'ITIS, che si trova in quel rione di Mondovì, sovente ci dicevano che l'edificio, un tempo, era una fabbrica di ceramica inoltre neanche a farlo apposta la palestra dell'istituto l'abbiamo sempre chiamata palazzetto.
Facendo un po' di ricerche però le cose non quadravano infatti sul sito del museo della ceramica, di cui vi lascio il link, si trova:

"Nel 1805 il medico Francesco Perotti (1775-1853), in collaborazione con i mastri Giovanni Maria Tomba di Udine e Benedetto Musso di Savona, riuscì a utilizzare l'argilla monregalese (in località Merlo e a Vicoforte) per realizzare nella sua fabbrica, aperta in un fienile del borgo Rinchiuso, un prodotto di ideazione inglese, all'epoca assai alla moda e molto avanzato per qualità tecnologiche ed estetiche: la terraglia tenera."



"La prima fabbrica di terraglia tenera del distretto monregalese fu, nel 1805, un piccolo fienile in via Gherbiana, nel quartiere Rinchiuso di Mondovì, di proprietà del medico Francesco Perotti. Era composto di tre locali, di cui uno destinato al forno, che era a due piani: uno per la cottura dei pezzi crudi ed uno dei pezzi in biscotto. All'esterno, nel giardino attiguo, c’erano le fosse per la lavorazione e la stagionatura dell’argilla. Una seconda fabbrica fu presto attivata (1807) poco lontano, nell'edificio detto “Il Convento”, adiacente alla chiesa parrocchiale di Mondovì Borgato, in cui furono trasferiti gli attrezzi della fabbrica di Perotti."

La distanza tra la chiesa del Borgato e il palazzetto dell'ITIS è poca, ma sono tutto tranne che adiacenti, inoltre non avevo mai sentito che ci fosse un convento durante la mia permanenza nell'istituto.
La chiesa dal 1800 ad oggi non ha cambiato posizione e quindi la fabbrica doveva essere attaccata alla chiesa.
Facendo qualche ricerca sulla chiesa di Maria Vergine Assunta si trova che effettivamente era adiacente ad un monastero delle Agostiniane soppresso nel 1583.




Penultimo giorno di gara; oggi la domanda è abbastanza facile e porta come soluzione alla Funicolare.
Anche il rebus, che ha risposta "Biglietto per La Missione", da un indizio inequivocabile.
La Missione per un monregalese è la chiesa di San Francesco Saverio che si trova in Piazza Maggiore nella parte alta della città.
A Mondovì esiste, dal 1886, un servizio di trasporto pubblico tra il centro cittadino di Breo e il rione Piazza che si trova circa 130 metri più in alto.
Oggi è un'opera di moderna ingegneria e design firmata Giugiaro, ma all'epoca fu un'idea di alta tecnologia.
Il funzionamento delle due carrozze si basava sul principio del contrappeso. Sotto ogni carrozza era presente una vasca che veniva riempita d'acqua nella stazione a monte e svuotata a valle, così facendo la carrozza che scendeva era sempre più pesante di quella in salita che veniva trascinata senza uso di energia elettrica o termica.
La funicolare venne elettrificata nel 1923, tutto andò avanti fino al 1975 quando la licenza alla ditta che la gestiva arrivò a scadenza, l'attività venne giudicata non remunerativa e nessuno subentrò. Le carrozze rimasero abbandonate fino agli anni 2000 quando in comune si iniziò a sentire aria di novità. Iniziarono i bandi, le richieste di finanziamento e i progetti, nel 2006 la funicolare finalmente riaprì i battenti. Oggi è un simbolo per la città.





Ultimo giorno, arriviamo alla storia recente, l'unico modo per attraversare l'Ellero nel 1945 era rimasta la passerella. I tedeschi infatti, per rallentare eventuali inseguimenti da parte dei partigiani o degli alleati, avevano distrutto tutti i ponti carrozzabili di Mondovì. Il rebus aiutava nella soluzione, risolto era "Sportelli postali" ed infatti le Poste oggi sono proprio adiacenti alla passerella in gherbiana.

Per quanto riguarda i selfie ve li risparmio, non sono nulla di fotograficamente degno e io non sono proprio un modello.
Vi dico solo che li ho indovinati tutti tranne uno, al 6 giorno sono caduto nella trappola e l'ho scattato di fronte al museo della stampa. Ignoravo ci fosse una targa in Mondovì Breo che ricorda dove fu stampato il primo libro nel 1472. Per chi fosse curioso si trova in Via Pian della Valle.

In conclusione mi sono divertito ed ho colto l'occasione per approfondire argomenti interessanti ed andare in giro per la città. 

Forse dovrebbero esserci più iniziative di questo genere per far tornare la gente in strada a vivere maggiormente il proprio territorio. 

Venerdì 23 marzo, esattamente 1000 anni dopo la stesura delle pergamena in cui si cita per la prima volta la città di Mondovì, è stato presentato il libro "Le grandi tappe della Storia di Mondovì" di Giancarlo Comino, Ernesto Billò e Cesare Morandini, essendomi classificato secondo alla gara ho avuto il piacere di riceverne una copia in premio.



La pergamena del 1018 esposta durante la presentazione.



Ancora grazie a tutti e complimenti per l'iniziativa.









giovedì 1 marzo 2018

Come pulire monete in argento e argenteria

Raramente mi capita di dover pulire oggetti in argento o leghe di questo metallo.
Nonostante sia un metallo nobile, che tende a mantenere le sue condizioni nel tempo, a volte si ossida in maniera non uniforme con macchie nere che pregiudicano la bellezza dell'oggetto.

Prima di andare avanti faccio una premessa, i metodi che andremo a vedere spatinano l'oggetto e lo portano alla brillantezza originale, i patiti di numismatica storceranno un po' il naso, ma sono metodi da usare su oggetti di poco valore. Anche io non pulisco oggetti che si sono ossidati in maniera uniforme, ma quando l'ossidazione è orrenda non esiste altro rimedio che eliminare la patina e sperare che il tempo faccia il suo corso in maniera migliore.

Come sempre un click sulle pubblicità a lato o sotto è ben gradito e mi rimborsa quelle poche spese che ho legate al sito. 

Come esempio vi mostrerò tre monete che ho pulito in tre modi diversi. Le avevo li da anni, recuperate per pochi euro ad un mercatino e sapevo che il loro destino sarebbe stato quello di farci esperimenti.

Primo metodo: Strofinamento con bicarbonato di sodio

Questa è la moneta nelle condizioni di partenza.


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Si tratta di un 7,6 soldi di Carlo Emanuele in mistura di rame argento.
E' abbastanza poco ossidata quindi per pulirla è sufficiente un semplice sfregamento tra le dita con bicarbonato di sodio leggermente inumidito. Si creerà un fanghiglia biancastra che mentre la pulizia avanza diventerà scura a causa dello scioglimento dell'ossido.
Ecco il risultato dopo qualche minuto di strofinio.


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

La moneta di destra è quella che useremo nel metodo seguente.

Secondo metodo: Elettrolisi a freddo o Elettrolisi fredda

In certi casi lo sfregamento con bicarbonato non basta e, nonostante l'impegno, la moneta rimane con evidenti macchie scure molto brutte da vedere. Inoltre con questo processo si creano delle mini abrasioni che in caso di argento lucido non sono ottimali.
Prendiamo ad esempio la moneta di destra delle foto sopra, ho sperato che il bicarbonato bastasse, ma come avete visto non c'è stato verso.
In partenza era così.


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

E' un 15 soldi di Vittorio Amedeo e, nonostante la lega sia migliore della moneta precedente, ha creato ossidazioni orribili. Il bicarbonato ha tolto le incrostazioni più grossolane ma, l'ossidazione è rimasta.
In questo caso ho voluto provare il rimedio della nonna che sfrutta il fenomeno dell'elettrolisi a freddo. Cioè la capacità di due metalli messi a contatto tra loro di creare una differenza di potenziale e quindi una corrente elettrica minuscola tra i due.
Sfruttando questo fenomeno si crea una vera e propria elettrolisi che disossida il metallo da pulire.

Avevamo parlato di elettrolisi vera e propria in questo post:

http://storieefoto.blogspot.it/2014/11/pulizia-e-restauro-tramite-lelettrolisi.html

Per realizzare l'elettrolisi fredda dovete procurarvi un contenitore in plastica o ceramica, un po' d'acqua, del bicarbonato di sodio e della carta d'alluminio.  
Normalmente io procedo così, metto l'acqua a scaldare nella quale sciolgo un bel cucchiaio di bicarbonato in modo da renderla conduttiva. Quando bolle ci immergo la moneta fasciata dalla carta in alluminio. 
Inizierà una reazione tra l'oggetto d'argento e l'alluminio e pian piano vedrete l'acqua che si intorbidisce. Non dovete avere fretta ed a volte è necessario scaldare l'acqua più volte. 


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Nel mio caso dopo 20 minuti la moneta era così.


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Dopo altri 20


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

E infine dopo un'ora abbondante


pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Non avevo tempo per continuare ma, se fossi andato avanti ancora una mezz'oretta, probabilmente sarei arrivato ad un bel colore uniforme.

Questo metodo è particolarmente indicato per pulire l'argenteria. Ha due vantaggi abbastanza importanti: 
- Non richiede l'utilizzo di sostanze chimiche di nessun tipo.
- Non richiede mezzi meccanici che potrebbero rovinare l'effetto lucido.
Come esempio ho pulito i miei cucchiaini in argento che stavano iniziando ad ossidare come potete vedere dall'immagine sottostante.


pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Ho preparato un piccolo pentolino in cui ho messo carta d'alluminio e bicarbonato di sodio. Una volta messi i cucchiaini li ho ricoperti di acqua. 

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

A questo punto ho scaldato l'acqua sul gas portandola ad ebollizione, una volta raffreddato il tutto ho asciugato con un panno i cucchiaini che sono tornati splendenti.


pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo


Terzo metodo: Succo di limone

Anche questo è un metodo della nonna sempre valido per pulire l'argento. Credo funzionerebbero anche altri acidi, basta diluirli in modo da poter controllare la reazione.

E' sufficiente immergere l'oggetto in argento da pulire nel succo di mezzo limone e, di tanto in tanto, verificare cosa sta succedendo. Quando prenderete in mano l'oggetto da pulire e lo strofinerete con le dita vi accorgerete che vi rimane del nero. Anche in questo caso è l'ossido che se ne sta andando.
In questo caso come esempio ho preso un 7,6 soldi di Vittorio Amedeo in mistura che, dopo la solita strofinata col bicarbonato, è rimasta così.

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Eccola a bagno nel succo di limone.


pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

Dopo una ventina di minuti


pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

E dopo circa altri 20 minuti.


pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

pulizia moneta argento argenteria cucchiai posate cleaning silver succo limone bicarbonato elettrolisi a freddo

In conclusione se dovete pulire argenteria quasi sempre sarà già in buone condizioni quindi qualsiasi metodo sceglierete avrete buoni risultati, se invece avrete a che fare con monete, portachiavi o oggetti di uso comune è probabile le ossidazioni siano più difficili e dovete essere molto pazienti.
Il bello di questi metodi è che sono molto graduali e vi permettono di regolare il grado di pulizia.